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Rafforzare la cooperazione con l’Africa? Bisogna prima costruire l’Europa politica.

 Il presidente Folloni, nel suo intervento, riportato in sintesi qui di seguito, enuncia tre chiari obiettivi di azione:

1.     Le forze armate europee hanno bisogno di un’unicità di comando.
2.     L’ Europa deve partecipare in modo unitario alla infrastrutturazione del continente africano.
3.     L’Europa necessita di un partenariato istituzionale operativo e concreto.
folloni pol1
Krynica, Settembre 2017
Prima che sul “come” è utile riflettere sul “perché” di una cooperazione tra l’Europa e l’Africa. Ci sono ragioni umanitarie e ci sono ragioni geopolitiche.
Le prime sono evidenti e testimoniate dal flusso di migranti che per varie e note ragioni abbandonano il loro paese e cercano di arrivare in Europa. Tanti arrivano. Molti muoiono lungo il percorso o nella traversata del Mediterraneo.
Le seconde riguardano lo sviluppo e la pacificazione del continente africano come condizione per la sicurezza e la pace ai confini dell’Europa.
Nel 2016 sono arrivate via mare in Italia circa 180.000 persone. 97.293 nei primi sette mesi del 2017. Il 90% è partito dalla Libia, mentre il restante 10% proviene dall’Egitto e dalla Tunisia.
La maggior parte di loro proviene dall’Africa subsahariana. Dal Senegal, Gambia, Guinea, Nigeria e Costa d’Avorio. I migranti si spostano prima in Mali e nel Niger e da qui tentano l’arrivo alla frontiera libica.
Eppure l’Africa è un continente in crescita.
Possiamo dire che l’Africa è un continente ricco con una popolazione povera.
USA e Cina sono le due potenze che più attivamente operano in Africa. La loro può essere definita una simmetrica penetrazione da ovest e da est.
Si propongono come partner, con ampi investimenti. L’azione americana è di più lunga data. Quella cinese, più recente. Ma nel 2005 l’export cinese verso l’Africa ha superato quello USA e nel 2010 il commercio cinese globale con l’Africa ha raggiunto e poi superato quello americano.
Pur con differente uso di hard e soft power, queste due superpotenze economiche hanno precise strategie d’intervento.
La Cina investe in terre coltivabili, miniere e infrastrutture. Sta realizzando la prima ferrovia trans africana che collega Atlantico e Oceano Indiano. Nel 2013, trentamila giovani africani hanno studiato in università cinesi, anche grazie a borse di studio per 1,5 miliardi di yuan.
Alcuni analisti ritengono che l’Africa sarà il terreno di una nuova guerra fredda proprio tra USA e Cina. Altri, gli ottimisti, pensano che le due strategie non saranno necessariamente conflittuali e che nel secolo attuale esse saranno partner della crescita dell’Africa.
A fronte di tutto questo, l’Europa si presenta divisa.
Nonostante le speranze suscitate alla metà degli anni ‘70 dalla Convenzione di Lomé, la cooperazione europea non vanta grandi successi. Nel 2000 la Convenzione è stata sostituita dall’accordo di Cotonou. Riguarda le relazioni con 79 paesi, fra cui 48 dell'Africa sub sahariana. Si tratta dell'accordo di partenariato più completo tra paesi in via di sviluppo e l'UE: cooperazione allo sviluppo, cooperazione in campo economico e commerciale, dimensione politica.
Cinque anni prima, con la Dichiarazione di Barcellona, fu avviato il partenariato Euro- Mediterraneo. Pochi anni dopo fu lanciata l’Unione del Mediterraneo. Oggi, a distanza di pochi lustri, dobbiamo ammettere che questi accordi sono tanto ricchi di contenuti teorici quanto fallimentari per risultati.
I fatti sono di fronte a noi. Il Mediterraneo, anziché unire le due sponde, è oggi ridotto a uno spazio turbolento, tragico, fonte di problemi e di contenziosi. Pensavamo all’Unione e abbiamo avuto il fenomeno maldestramente descritto come Primavere arabe. Lo stesso si può dire per il Corno d’Africa, oggetto di molte politiche di cooperazione.
L’Africa sub sahariana è la terra di partenza del più colossale processo migratorio della storia. Suona come un paradosso: le migrazioni si riversano verso l’Europa, suscitando tra le popolazioni dell’Unione solo moti di rigetto e xenofobia.
E’ mia opinione che se si vuole cercare una ragione a tanto fallimento, di fronte a tanto dichiarato impegno, occorre guardare alla mancanza di unità politica dell’Europa. L’Europa incompiuta politicamente ha prodotto e sta producendo più danni che soluzioni.
Di questa divisione e del conseguente strabismo politico, la Libia è il caso più clamoroso.
Non serve la fantasia per capire che Italia e Francia hanno operato in Libia con due diverse e opposte strategie. Con la Francia pronta a mutare nel 2011 l’azione militare di no-fly zone a protezione della popolazione, in un’azione finalizzata al regime change. Un cambio mai discusso in sede europea cui ha dato supporto, nella relativa indifferenza degli altri paesi, solo la Gran Bretagna, che di lì a poco si sarebbe chiamata fuori dall’Unione.
Ne è sortito un intervento armato senza alcuna visione politica. Oggi la Libia non è stabilizzata ed è difficile definirla più democratica di allora. Il fondamentalismo e il terrorismo ne hanno fatto terreno di reclutamento e di addestramento.
Anche le migrazioni sono frutto del fallimento europeo. Se quarantadue anni dopo la convenzione di Lomé tanta gente è in fuga da quel continente, la nostra cooperazione non ha successi da vantare.
Non è improprio sostenere che l’Europa è passata dal vecchio colonialismo all’abbandono. Per molti anni si è disinteressata a una vera cooperazione Nord – Sud a favore di quella Ovest – Est.
La seconda motivazione del “perché” di una cooperazione UE–Africa è la pacificazione del continente africano come condizione per la sicurezza e la pace ai confini dell’Europa. Quest’obiettivo è oggi più lontano che mai.
Dedicherò poche parole a indicare che cosa a mio parere è necessario fare per rafforzare la cooperazione tra Europa e Africa, come chiede il titolo di questa tavola rotonda. Anche perché tanto e di “buona letteratura” è già stato scritto negli Accordi citati e non è fatica riprenderlo. Cotonou scade nel 2020. E’ l’ora del suo rinnovo, ma serve un’energia politica diversa per parte europea.
Il problema è l’Europa che non c’è. Intendo precisamente dire che se l’obiettivo è una maggiore cooperazione tra Europa e Africa, il primo passo è tutto interno all’Europa e ha un nome preciso: Unità politica.
Senza di essa l’Europa non esiste, se non come estensione sul continente euroasiatico dell’atlantismo figlio della seconda guerra mondiale. Uno schema vecchio di quasi un secolo, del tutto inadeguato al mondo contemporaneo.
Si dovrebbe ammettere che dopo sessanta anni non siamo “Europa”, ma ancora le nazioni in parte vincitrici e in parte perdenti del 1945. Divise allora e divise oggi.
Nel mondo nuovo, con i suoi equilibri in costruzione, teso verso l’economia a “zero confini”, propria dell’economia digitale, l’Europa dovrebbe rompere e non fare da custode ai vecchi confini fissati a Yalta. Dovrebbe aprire ai vicini a Est e a Sud con politiche di partenariato e di amicizia.
O l’Europa sarà questo o non sarà nulla. Altrimenti è difficile dare obiettivi alla cooperazione. Possiamo fare azioni filantropiche. Sono tutte apprezzabili ma da sole non portano allo sviluppo di un continente.

Che cosa fare? Come?
Indico tre obiettivi di azione:
1.        Politica   europea   unitaria   di   sicurezza   per   il   Mediterraneo.   Non   si   fa   con   incontri intergovernativi ma con un comando unico delle forze militari.
2.        Partecipare alla nuova infrastrutturazione del continente africano. La bandiera Europea e non quelle nazionali per strade, ferrovie, dighe che offriamo allo sviluppo dell’Africa.
3.        Partenariato istituzionale. Più strutturato, unitario, operativo e concreto dei vertici ministeriali e delle “troike” indicati nell’Accordo del 2000, rispetto ai quali, appare già più valido il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC).

Nella realtà dell’UE di oggi, possono sembrare obiettivi lontani. Non lo nego.
Per questo la mia conclusione è semplicissima: per cooperare con l’Africa bisogna costruire prima l’Europa politica.
 

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