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Anche l'Italia dovrebbe dotarsi di un Modello Digitale proprio


Gian Guido Folloni, Presidente di IsiameD

Caro direttore, la notizia secondo la quale il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d'America ha deciso di vietare gli strumenti di software della società russa Kaspersky Lab, che entro trenta giorni il software russo sia identificato in tutte le succursali dell'Amministrazione USA e che sia eliminato nei sessanta giorni successivi, ha aperto aperto un fronte d'attenzione sull'innovazione digitale verso la quale siamo proiettati. Anche la Russia sta adottando misure analoghe: dirà progressivamente addio alle soluzioni Microsoft nel settore Microsoft nel settore pubblico, dai programmi di posta al sistema operativo e alla suite d'ufficio. Il mondo del digitale è vulnerabile e in novembre l'amministrazione Trump ha aggiornato la normativa sulle vulnerabilità digitali. Problemi di hackeraggio, di malware, di ramsomware fanno ormai parte della cronaca quotidiana.

Sono problemi che con una lettera ho segnalato al Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Sollecitavo una "trasparente due diligence sul modello digitale adottato nei Ministeri e nelle Istituzioniin genere". Ricordavo che “già nelle Aziende il check digitale, fa emergere come sia dirimente assicurare la terzietà strategica e operativa rispetto alla tecnologia, sovente extra UE”. Segnalavo l’utilità di “dotare le Istituzioni del nostro Paese di un modello digitale italiano indipendente”. Una scelta che rovescerebbe “lo stato dell’arte delle inefficienze e diseconomie esistenti cifrate in ambito UE come grave ritardo nell’innovazione della burocrazia statale ed esito di un oneroso errore di aver confuso l’innovazione con l’ammodernamento informatico.”
L’indipendenza digitale, ben oltre gli importanti problemi di sicurezza, serve per assicurare la nostra identità nazionale. La sovranità di un Paese passa attraverso l’uso di competenze, perché esistono, e di modelli digitali non importati e l’utilizzo, per quanto possibile, di risorse nazionali. Fino a oggi lo sviluppo tecnologico si è avvalso d’ogni opportunità di mercato, anche a costo di subire vere e proprie forme di colonizzazione informatica. Non è improprio paragonare l’arrivo di software straniero all’invio di truppe con le quali nei secoli passati si realizzarono le colonizzazioni.

Scrivendo a Lei, caro direttore, intendo riportare in forma aperta gli interrogativi, i problemi e le criticità che dobbiamo valutare e superare mentre ci apprestiamo a fare il salto strategico nell’innovazione digitale. Già nel maggio avevo scritto alla Presidenza del Consiglio e al ministro Minniti per sua competenza perché fosse riportata in mani italiane la società proprietaria del Data Center di Milano da cui passa gran parte del traffico Internet del nostro Paese. Sono lieto che la società italiana F2i l’abbia riacquistata dalla spagnola Abertis e la gestione dei nostri dati in rete sia nuovamente sotto controllo italiano.

In occasione dell’inaugurazione a Campli del Cantiere di Open Fiber, la società creata per portare la fibra ottica in tutti i 7.978 comuni italiani, il premier Gentiloni a rivolto a tutti noi un invito forte e pressante. “Dobbiamo abituarci e forse sbrigarci ad abituarci – queste le sue parole - che la connessione veloce e sicura alla banda ultra larga è non un obiettivo ma una condizione del vivere contemporaneo come lo è stato nel secolo scorso per i servizi stradali, elettrici”. Un “servizio universale” per rendere tutti i cittadini “tra loro più uguali”. Nelle sue parole la necessità dell’alfabetizzazione è del tutto evidente. Che cosa potranno fare i cittadini e le imprese italiane “viaggiando” nella nuova rete infrastrutturale? Saranno davvero tutti più uguali? Sicurezza e alfabetizzazione in un modello italiano d’innovazione digitale: due aspetti sui quali spero che il suo giornale possa avviare un dibattito.

 

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